4 Novembre 1966

Mia madre socchiuse le persiane legandole con una corda perché non si aprissero e io non corressi pericoli. Mia sorella era piccola e forse camminava appena. Credo che sia il mio primo ricordo , avevo 4 anni, la mia via del leone, la strada a cui ero abituata con i suoi colori, le sue persone, le sue chiacchiere, invasa da un fiume marrone, legni, pezzi di persiane, una bici. Non capivo.
In casa solo candele e mio padre lontano. Mio nonno lontano. Solo mia mamma presenza rassicurante.
Aveva iniziato prima dell’alba, ma la piena era sotto osservazione da ore. Ricordo anch’io in anni piu recenti le notti passate sulla spalletta in piazza Cestello a guardare il fiume che monta e le arcate dei ponti che spariscono, gli schizzi che arrivano a spruzzarti la faccia. Di questo fiume che ci è fratello e nemico.
Qualcuno era venuto a chiamare mio padre, L’Arno sta uscendo, uscirono col nonno, passarono il ponte Vespucci con l’acqua che ormai invadeva la sede stradale per pochi cm. Resterà così pensavano. A mia madre disse “ vado a dare un’occhiata alla bottega”. La nostra vita, il suo lavoro. Non lo vedemmo per giorni. Noi di la d’Arno. Capisco adesso quanto erano giovani, mia mamma aveva solo 27anni, mio padre pochi di più. La responsabilità di una famiglia già pesante.
Restò intrappolato dall’inondazione, il fiume ci separava, eravamo tutti al sicuro, ma qualcuno gli disse che in sanfrediano era crollato tutto e lui un po non ci credeva e un po era disperato. Si emozionava sempre al ricordo.
Mia madre, non so con quale prontezza di spirito, quando andò via la luce buttò tutto quello che aveva in frigorifero in una pentola, facendone un gran bollito. E poi andammo tutti dalla Gigia, la vecchina che abitava al piano di sopra, solo donne che si fanno forza.
Di fronte a noi abitava la famiglia di mia madre, gli altri miei nonni. Ci urlavamo dalle finestre i nostri stati di salute, famiglia con famiglia. Comunità.
Il dopo è un guazzabuglio di ricordi, un strascico di storie raccontate più e più volte.
Negli anni si prende coscienza.
Amo questa città e un po di piu la amo quando è crudele, quando ci obbliga a prendere decisioni, quando ci lega alle sue pietre grigie.
Siamo stati costretti a prenderci cura di lei per accorgerci di quanto ci è cara e siamo gelosi da non lasciarcela portare via da quanti ce la invidiano, taccagni con i suoi scorci che non mutiamo per non turbarne la perfezione.
Venite pure, usatela, amatela, ma non sarà mai vostra. Fiorentini è cosa preziosa.

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