a Milano

A Milano andata e ritorno in 6 ore non sono scherzi per nessuno e per me lo sono ancora meno, stanca come sono di tutto e di tutti.
Una bimba di forse due anni a cavallo della spalla del padre trilla felice, per niente intimorita dalla posizione. Ha un colbacco rosa morbido che le copre gli occhi e lei cerca con le manine di tirarlo su mentre il padre la dondola su e giù dalla spalla e le da affettuose pacchette sui piedini, ha ciuffetti biondi che sfuggono al cappellino e si arricciano sulle guance rosse di freddo, ride a garganella e ogni tanto riprende fiato, ma subito torna ancora piu alto lo strillo, al minimo bisbiglio del padre.
Quel suono cristallino spacca il rumore sferragliante della stazione, il brusio delle scale mobili, le rotelle dei trolley che attraversano le guide per ciechi, gli altoparlanti che annunciano arrivi e partenze; la gente alza gli occhi dai giornali, dagli schermi dei cellulari, smette per un attimo di occuparsi di ipad, per guardare anche se di sfuggita questo mucchietto di felicità che incurante di tutto e di tutti si diverte come mai, con un gioco semplice, fra braccia sicure. Tranquilla. Innocente.
E la gente, lo so, la invidia sorridendo con gli occhi. Poi accantona la visione e torna nel guscio dei piumini cosi’neri, così tutti uguali. Ne ha quasi paura.

Quando,mi chiedo, quando si perde quel suono argentino, quel gorgoglio che sale dalla gola di pura felicità, dove lasciamo la fiducia cieca nell’altro, a che punto dell’esistenza chiudiamo la porta alla spensieratezza , dove finisce l’allegria. Certe volte abbandoniamo il riflesso della vita e lasciamo che il giorno passi lieve sui nostri pensieri, lasciamo che la testa ridiventi fanciulla e ci arrendiamo alla sana liberazione del riso. Di rado. Che peccato.
Chiudo gli occhi nel freddo di Milano, penso al mio giorno nevrotico da tramezzino, l’acqua che sciaborda nella borsa, il peso del computer, il mio fiato affogato fra le pieghe della sciarpa. Un giorno mi metterò un vestito a fiori e sarà a sfondo bianco e me ne andrò lontano in una stazione che non ho mai visto per un viaggio di prospettive e speranze, le stesse che ho perso fra doveri e rimpianti, obblighi e necessità, fra la vita che condanna e mai assolve, che piega ma non riesce mai a spezzare, perché c’è sempre un altra attesa, un altro treno, un altro appuntamento e forse, chissà, forse domani, forse col sole, forse felice, forse di nuovo sentirò quel suono che un giorno potrà tornare nella gola libera da magoni.

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3 thoughts on “a Milano

  1. “Quando,mi chiedo, quando si perde quel suono argentino, quel gorgoglio che sale dalla gola di pura felicità, dove lasciamo la fiducia cieca nell’altro, a che punto dell’esistenza chiudiamo la porta alla spensieratezza……”

    A qualcosa pur dobbiamo rinunciare, se vogliamo apprezzare articoli così belli!

  2. @yasee, chissà! sarebbe giusto il tempo , in fodno è carnevale 😉

    @Amgelo mi sa che sono tempi in cui si ride per non piangere.

    Grazie di essere passati!

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