piedi

Fu così che si ritrovò sul marciapiede con le scarpe piene di piedi, due occhi annegati nel buio in fondo alla strada, guardando lontano fra le pozze di un’ estate che faticava a  dimettersi, finendo per ingoiare l’ultimo sorso di un sorriso.
Andava veloce il tram e non tutti potevano ridere alle battute del conducente mentre il giorno finiva nella notte di festa, di nozze di laurea o di addio alla bella vita di ragazza che insegue gatti sugli alberi fitti di susine dorate nel caldo luglio.
Poteva essere diverso, potevamo mangiare cocomeri, lucidare scarpe, scalare vette, invece era lì a due passi da altre scarpe piene di piedi, altri occhi pieni di lacrime altro fiato tiepido nel fresco settembre “hai un vestito di seta broccato, un dorato contenitore a due fianchi mirabili” corto quel tanto che basta a sentirti elegante.
Aveva un vestito e due ore di festa di nozze di laurea di addio a due paia di scarpe che spariscono veloci nel buio in fondo alla strada. E fu così che si ritrovò sul marciapiede con le scarpe piene di piedi.
Poi la luce e buongiorno.
Sogno.

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Rondini

Cantano le rondini cantano, lo so si dice garriscono ma a volte si scelgono parole non adatte pur conoscendo quelle giuste. Lo facciamo per un suono, per una sensazione, per un ricordo , per un’immagine che vogliamo creare.
Si fanno scelte sbagliate per rendere il senso del giusto.  
Cantano le rondini mentre si inseguono  nello specchio di cielo sopra la casa, si abbassano a cacciare minuscoli insetti oppure  ruzzano come bambini felici nel bagnetto con le paperelle, scuotono le ali come i piedini l’acqua  e trillano agli schizzi.
E’ questa l’ora migliore, è questa la stagione migliore. Sarebbe, anzi. Senza nuvole, col cielo piatto, i colori vividi.
Cantano le rondini.
Per adesso.
Come tutto. Come sempre.

Peperonata

  • Aggiornamenti svariati e sparsi
  • un mese senza blog: ma guarda come passa il tempo!
  • A volte ritornano come i peperoni della giardiniera, che uno pensa che lì di fianco al lesso ci stanno così bene, colorati  che fanno tanto estate. Che poi il peperone è scordone, uno pensa sempre che no, questa volta non mi faranno male, di sicuro l’ultima occasione, che ti sei poi dovuta imbottire di bicarbonato, era un caso, un peperone più malefico di questo, così bello, giallo, che perché mi dovrebbe far del male? E … e invece i peperoni ritornano, è certezza nella vita. Anche se li spelli, anche se qualcuno ti racconta la ricetta miracolosa del peperone digeribilissimo, del tiragli via i filetti bianchi, del mettilo sottoaceto, sale, pepe, limone, fagli la fattura voodoo…non c’è niente da fare i peperoni  si ripresentano.Ecco la stessa incrollabile certezza nella stronzaggine di un vegetale possiamo riporla in quella dell’uomo/maschio adulto. Il che comprende dai 15enni ai 90enni, ciascuno con le sue varianti  anagrafiche in genere peggiorative. Zan zan.
  • Lavoro: Ok passiamo a
  • Salute: Ok passiamo a
  • Saldi: le scarpe da uomo sono più comode, lo posso dire con assoluta certezza. Potendo scegliere, dato il mio piedino da fatina dei watussi, scelgo le scarpe da uomo. Che non si capisce perché la forma delle scarpe da donna deve essere così stretta, invalidante, ecco invalidante. Milioni di donne rovinate dall’industria calzaturiera. Che poi adesso le ragazzine sono tutte alte, avranno piedi adeguati. Perché strizzarle in spazi angusti? Che poi è lo stesso concetto delle maniche e delle spalle… ma lo avete visto il giro spalla di una magliettina di attuale concezione? Ma su quali donnine prendono le misure? Ci sono: le cinesi.  Motivo in più per una rapida integrazione che faccia lievitare anche le forme di queste minidonne formato xxs . Ebbasta! Prendete le misure sulla Merkel
  • Merkel appunto: la donna pettinata con la pentola.
  • Tragedia Costa : Il capitano a tutt’oggi è un emerito rappresentante dei peperoni.  Penso sia inutile stare a chiedersi come ha potuto pensare di fare lo struscio agli scogli in sicurezza.  La frase più ripetuta nei telefilm americani è “Andrà tutto bene”, ma non è così, qui non c’è il rewind che scusate tanto se sono andato a sfracellarmi sullo scoglio, non volevo, torniamo indietro , Game over, beeeeng  facciamo un’altra partita? Ok dopo cena? . Qui no. Qui  ci sono persone che non giocheranno più per colpa di questo idiota col buzzo. Omicidio colposo? Ma se questo stava giocando a roulette russa con gli scogli   ha accettato un rischio non sulla sua pelle, che se ti sfrantumi da solo su un gommone, cazzi tuoi. Ma sulla vita di 4mila e passa persone affidate alla sua perizia.  Inqualificabile. A questi punto speriamo che almeno non succeda di peggio e che questo  signore paghi la giusta detenzione. Appropò
  • Lele Mora. Perché sta in carcere? Se uno che ha provocato la morte di una trentina di persone e un disastro tale sta a casa nel suo letto perché Mora sta in carcere? Ok cos’altro dobbiamo sapere di Berlusconi e delle sue feste?
  • In generale: va di schifo. Ci tenevo a dirvelo. E da domani pioverà. Sul bagnato.

Punti di vista

Non ricordo quando ma ricordo la sensazione. Avevano  rifatto i marciapiedi in via del Leone, le pietre  quadrate nuove di pacca, erano attraversate da solchi diligenti a lisca di pesce, non erano più i marciapiedi della mia infanzia.Il livello era lo stesso, basso, da quella prospettiva c’erano due punti di  fuga, la zanella o il cielo. Il solco dove scorre l’acqua piovana e il piscio dei cani o l’azzurro terso dell’infinito. A ben vedere però sotto la zanella scorrono le fogne e ancor più giù la mota infame, e forse la mia prospettiva di  adesso, orecchio a terra sui solchi diligenti potrebbe essere non troppo distante dall’argilla puzzolente. Perché, dicunt, al peggio non c’è mai fine.C’è chi crede che debba finire l’anno, c’è chi pensa sia congiunzione astrale, economica, politica, un intreccio di destini che ingabbiano anche il mio tenendomi lì sul grigio freddo marciapiede. Io mi prendo le responsabilità di averci messo pure un po’ del mio, poco, slancio in questo vertice di sculo che mi appiattisce come forza centrifuga culo a terra.Vero è che le forze emotive sono quelle che sono. E il peso specifico della zavorra, notevole, difficilmente aiuterà ad alzarmi. Forse con un colpo di reni potrei appoggiarmi sul marmo del 16, accogliente gradino bianco per due. Due chi, poi, è da vedere. Più facile che resterò per un bel po’ così col punto di fuga basso sull’orizzonte senza mai dimenticare però che il cielo, come non credeva la nonna forse inizia giù, piu giù , giù dalla zannella, più giù dell’Evelina.

due passi

Ci sono notti che in macchina c’è silenzio e viaggi dietro appoggiando la testa al sedile, il cielo scuro bucato dalle stelle , un’aria che vedi fredda ma un profumo che immagini di primavera, guardi scorrere le facce dei palazzi, occhi socchiusi le finestre su tenui bagliori che sanno di sonno. Non hai voglia di pensare e canticchi fra te e te, mentre passi sul fiume che scorre, mentre tu scorri sulla vita che aspetta l’estate, e ti senti sorella delle ruote che scavalcano buche. Vivi tutto come se domani dovesse tornare l’ieri, ma l’ieri non torna e a volte anche il domani è già vissuto. Ci sono notti che chiudi gli occhi e sei lì. A due passi dal solito. A due passi dal nulla.

a Milano

A Milano andata e ritorno in 6 ore non sono scherzi per nessuno e per me lo sono ancora meno, stanca come sono di tutto e di tutti.
Una bimba di forse due anni a cavallo della spalla del padre trilla felice, per niente intimorita dalla posizione. Ha un colbacco rosa morbido che le copre gli occhi e lei cerca con le manine di tirarlo su mentre il padre la dondola su e giù dalla spalla e le da affettuose pacchette sui piedini, ha ciuffetti biondi che sfuggono al cappellino e si arricciano sulle guance rosse di freddo, ride a garganella e ogni tanto riprende fiato, ma subito torna ancora piu alto lo strillo, al minimo bisbiglio del padre.
Quel suono cristallino spacca il rumore sferragliante della stazione, il brusio delle scale mobili, le rotelle dei trolley che attraversano le guide per ciechi, gli altoparlanti che annunciano arrivi e partenze; la gente alza gli occhi dai giornali, dagli schermi dei cellulari, smette per un attimo di occuparsi di ipad, per guardare anche se di sfuggita questo mucchietto di felicità che incurante di tutto e di tutti si diverte come mai, con un gioco semplice, fra braccia sicure. Tranquilla. Innocente.
E la gente, lo so, la invidia sorridendo con gli occhi. Poi accantona la visione e torna nel guscio dei piumini cosi’neri, così tutti uguali. Ne ha quasi paura.

Quando,mi chiedo, quando si perde quel suono argentino, quel gorgoglio che sale dalla gola di pura felicità, dove lasciamo la fiducia cieca nell’altro, a che punto dell’esistenza chiudiamo la porta alla spensieratezza , dove finisce l’allegria. Certe volte abbandoniamo il riflesso della vita e lasciamo che il giorno passi lieve sui nostri pensieri, lasciamo che la testa ridiventi fanciulla e ci arrendiamo alla sana liberazione del riso. Di rado. Che peccato.
Chiudo gli occhi nel freddo di Milano, penso al mio giorno nevrotico da tramezzino, l’acqua che sciaborda nella borsa, il peso del computer, il mio fiato affogato fra le pieghe della sciarpa. Un giorno mi metterò un vestito a fiori e sarà a sfondo bianco e me ne andrò lontano in una stazione che non ho mai visto per un viaggio di prospettive e speranze, le stesse che ho perso fra doveri e rimpianti, obblighi e necessità, fra la vita che condanna e mai assolve, che piega ma non riesce mai a spezzare, perché c’è sempre un altra attesa, un altro treno, un altro appuntamento e forse, chissà, forse domani, forse col sole, forse felice, forse di nuovo sentirò quel suono che un giorno potrà tornare nella gola libera da magoni.

sere stanche

Ci sono sere che non credi siano sere ma anticipi di notti quiete, hai mani che pesano e polsi che sembrano aver retto il destino del mondo. In fondo erano solo due scaramucce nell’animo e non hai mai pensato che potessero influire nel tuo destino , ma quando le vedi lì sciolte nel rumore di fondo della tua vita, ti accorgi che ne hanno colorato il piano, lasciandole libere di vagare fra le cose veramente importanti le hai arricchite di contenuti. Lettere che imprimono svolte, consonanti che tagliano in due le giornate, vocali che si fanno urli . E tu che non sai come contenere il disastro che hai permesso.
Piccola stupida persona in un piccolo stupido mondo capace di rendere piccola e stupida anche l’importanza di un sentimento.
Lascia che scivoli fra le onde prodotte da quello sputo che è, lascialo dissolvere fra acque scure e limacciose. Stia lì.
Non è importante. Ed io vado a letto.

della serie : buoni propositi per il 2011 #1

Al mattino mi alzo, all’ora che mi va, giro un po’ per casa in pigiama, metto su il latte, tosto il pane, oppure prendo le fette oppure i biscotti, secondo voglia, oppure mi vesto, esco e faccio colazione fuori, secondo voglia, poi compro il giornale e lo leggo , oppure no, secondo voglia, entro nel mio ufficio e accendo il mac, e faccio una cosa controvoglia e 70 su 100 mi faccio del male.
Sono veramente stupida. Questa cosa deve cambiare.

Brutta gente

E’ capitato anche ad una amica. Si è fidata di un’altra persona, ha lavorato per lei,  le ha dato la sua fiducia e poi arrivati al dunque è stata tradita e, penso, che più che il mancato raggiungimento del fine, il vero dolore sia stata la delusione di aver offerto aiuto, sostegno e appoggio fattivo ad una, come definirla? Stronza-qualunque.
Le persone ti usano. Ti usano quando non hanno niente di meglio da fare, ti usano per passare il tempo, ti usano per  parlare, per testare il proprio fascino, ti usano per raggiungere uno scopo che quasi mai è quello dichiarato.
E son persone che usano la parola “amicizia” , la frase “voler bene “ con assoluta semplicità.
La buttano lì senza riempire di contenuti quel nero su bianco.
Sono solo dei poveri esseri che non hanno amici veri, perché non sanno nemmeno cos’è essere amici, non sanno e non sapranno mai cos’è il voler bene perché sono incapaci di darne e incapaci di meritarselo dagli altri.
Le sventure che gli capitano, i dolori, le sconfitte, i mariti o le mogli che tradiscono o da cui vengono traditi, i figli che li snobbano, sono il minimo che gli può capitare. Il trattamento base.
Del resto ne rimangono anche poco scottati, danno sempre colpa a qualcun/qualcos’altro incapaci come sono di applicare valori che non siano meramente utilitaristici a fini personali.
Non è vero che chi piu è più stronzo piu va avanti nella vita,
Che misera vita è quando sei costretto a fingere un’ amore, una amicizia per sentirti qualcuno?
Pagano con la loro arrogante moneta un amicizia mercenaria, fregandosene del male che spargono. Giustificandola con la contingenza.
Alla fine resteranno sole. Brutte persone che non potranno mai creare un buon mondo.

Teresa

Mi sono alzata stamattina con un nome in testa: Teresa.
Devo ricordarmi di Teresa? devo fare qualcosa con Teresa?
Non conosco nessuna Teresa o meglio la conosco ma sono certa che non è le la Teresa di cui sento il bisogno di occuparmi.
Forse un ricordo di qualche discussione in famiglia? Ma sono certa di no.
Teresa.
Se dico il nome la mente l’associa ad un particolare pezzo di lungarno, appena sopra la pescaia di Santa Rosa. Un terrapieno che , una volta scavalcato  il parapetto ci permetteva di arrivare giu al fiume. Una cosa da bambini.
Ma non conoscevo nessuna Teresa da piccola.
La vedo che mi guarda senza vederne il viso mentre percorro idealmente il Ponte della Vittoria in autobus, e ancora giù vedo il fiume.
Non so spiegarmi questo accostamento fra un nome e spezzoni di vita, angoli di città, perfino colore del cielo. Grigio.Il tempo: l’autunno.
Teresa siede davanti a me ha la testa appoggiata al vetro, guarda giù l’acqua e pensa, ha capelli lunghi ed è magra, so di non conoscerla ma la sento quieta. Ha occhi e bellezza tranquilla di quelle che passano inosservate, regge fra mani ordinarie, un piccolo libro dalla copertina morbida e arancione, un po’ arricciata dal lungo uso. Ha i jeans e una felpa blu sul corpo magro.
Mi appare e scompare.

Continuo a fare le mie cose , durante il giorno e un po’ la dimentico, scrivo, telefono, risolvo qualcosa, poi Teresa torna all’ora di pranzo , non so come ma so che le piace l’uva, mi appare questo particolare mentre schicco un grappolino.Un pensiero improvviso non cercato, a Teresa piace l’uva.
Chissà se ha un ragazzo Teresa, non saprei dire, non lo sento, sento che me lo dovevo chiedere, sento di cercare qualcosa che non posso trovare e allora mi sono arresa a viverla così, da sensazione:

Teresa:  sento lei , viva, la sento sorridente  e vicina. La vedo camminare con le ballerine, una borsa morbida, in piazza Duomo si volta e mi dice qualcosa sull’angolo di via Ricasoli. Io resto a guardarla mentre si avvia verso San Marco.
Non so chi è, so che oggi io e lei siamo state un po’ insieme.
Fra poco esco, ed è stata una giornata strana. Non ho detto nulla e nulla ho sentito di quello che ci siamo dette, ma l’ho sentita amica.
Resto qui a scriverlo prima che mi dimentichi di lei , prima che domani sparisca, prima che Teresa torni ad essere, non so perché, sola.

la sedia

Quando il Male ti tocca, tocca tutti intorno a te, ogni brivido diventa metastasi. Uccide uno e ne colpisce cento, non ti chiedi più come, ti chiedi solo quando.
E non c’è tempo che curi,.
Ho sognato tuo padre, è così raro che io lo sogni, entrava in una stanza ed era piena di fiori, mi ha abbracciata e baciata ed era un bacio vero, Io non potevo abbracciarlo.Lui rideva e parlava e io non potevo dirgli nulla sentivo le sue braccia ma io non potevo sentire lui.
E poi? E poi mi sono svegliata di soprassalto
Mi sono svegliata e mi duole tutto, tanto, Sono paralizzata.

Siamo tutti paralizzati mamma, ma ti portiamo lo stesso in ospedale, dove per poco, giusto un po’, fino al prossimo sogno,al prossimo pensiero in solitudine, ti sapranno rassicurare. Quello che non posso io, puo’ una radiografia.
Pavimenti grigi e macchinette per l’acqua. L’abitudine all’attesa che, anche reiterata, non si consolida mai e sedimenta pensieri.
Chi ci sarà su questa sedia quando toccherà a me? Nessuno
Non è una ipotesi è una certezza.
Mia sorella forse ed io per lei. Gli affetti che si costruiscono veri e solidi e di amore nel tempo, col sangue, col crescere insieme, con l’essere leali, col rispettarsi.
L’amore che non si sceglie.
Voglio farti io da testimone se ti va bene?
Certo che mi va bene a chi voglio più bene che a te?

Quando cresci così, e ne capisci il valore e non ne senti la fatica, non l’impegno, non capisci il disinteresse gratuito, la superficialità nei rapporti, l’ignorarsi allegro e dimentico.
Non capisci l’abbandono. Non quando è immotivato. Non quando è figlio di bieco menefreghismo egoista. Non quando è ammantato di scuse puerili.
Se vuoi mie notizie il mio cellulare è sempre acceso, chiama.
Anche il mio cellulare è sempre acceso. Anche il mio indirizzo è sempre lo stesso,
Quando hai voluto sapere tu di me? di me che ti sono nonno, di me che ti sono radice?
Non un giorno, non un momento, non un pensiero grato di un affetto incondizionato e gratuito.
Non c’è rimedio, non c’è cura che non passi dal ristabilirsi dei valori, dal riconoscimento dell’altro, dall’etica nei comportamenti.
Di cosa parliamo? Cosa stiamo chiedendo se non siamo capaci di chiedere scusa a chi abbiamo ferito? Quale solidità vogliamo costruire se non ce ne facciamo fondamento?
Siamo uomini e siamo fallibili e fallaci. È vero , ma non è una scusa per tutto.
Inizia tu, no inizia tu.
Chi resterà a sedere sulla sedia?
Auguri a questo mondo malato.

sia come sia

E venne l’estate a portare il giallo negli occhi, venne con le sue fatiche per respirare, venne raschiando via il muschio invernale con vento caldo e impetuoso che erode le brume nei pensieri. Spogliata di pesantezza , cammino sfacciata fra sconosciuti ignorati.
Vorrei aver avuto dita sottili come millesimi di capello, infiniti fili che, morbidi come ciocche biond, potessero accarezzarti sferzandoti come fischio fra i monti e blandirti come carezze di madre. Dita sottili per penetrassero i tuoi pori e poi giù nell’incavo della vita per raggiungere calme grotte dove carpire le tue sorgenti.
Venne l’estate e lasciò indientro i pensieri di fanciulla, rintanata fra pareti di menta a meditare su libri odorosi di muffa, stretti al seno fra due braccia ossute a costruir significati su parole e futuro. Avrei voluto avere gambe più lunghe per salire sulle vette del tuo essere ed occhi infiniti per far entrare in un solo sguardo rapace le nuvole grigie, costringerle all’angolo e colpirle con pugni decisi, gambe forti da rimanere ferma sullo scoglio alle tempeste, occhi languidi di donna per sedurti di malizia.
Venne l’estate e poi è sfumata lasciando dietro di se due lacrime piccole come gocce di fiato , salate come salmastro pungente, amare come delusioni sbrananti. Le inseguo impaziente giù e più giù a consumare un magone di sasso.
Piccoli ricordi tornano lievi fra mele seccate, un profumo di lavanda e mani rugose.
Venire, sfumare, restare o correre, sia come sia, io non dimentico.

orizzonti

Tutto questo parlare di pensioni inizia a far breccia nel mio quotidiano: Ho iniziato  a fare calcoli.Ieri sera, non so come, guardando un film alla tv davanti ad una innocua scena di panorama di grattacieli notturni ho sentito il tempo scorrere asincrono.
Mi sono ritrovata a pensare a quello che succederà in futuro come se avessi vent’anni e non quasi cinquanta.
Pensavo ad avere una casa al mare, in una di queste isole brulle una scalinata che mi porta alla spiaggia, i corrimano trasformati in ruscello con piccoli bacili smaltati, ad accogliere piccole piante acquatiche, un pesce. Ecco pensavo a questo, ad imparare la tecnica per modellare la terracotta, a come disegnarla e smaltarla, vedevo i colori, potevo sentire il vento dal mare e la freschezza dell’acqua che scorre, il tutto mentre sullo schermo si vedeva chicago di notte dall’alto.Pensavo ad un vestito azzurro di tela indiana. A delle albicocche mangiate sulla spiaggia all’ombra di uno scoglio. Non ha molto senso. Niente di quel pensiero ha senso. Soprattutto perché non avrò il tempo di avere niente di tutto ciò.
Tempo fisico.
E allora quand’è che si coordina il tempo coi desideri?
Quando si coordinano le azioni col tempo?
Quando si smette di guardare la porta aspettando che entri chi non conosce nemmeno il tuo indirizzo? Quando si smette di inseguire?
Quando si è pronti fare solo ciò che ci è possibile? Quando ci si deve arrendere?

Esse

Ha ancora gli occhi profondi di un tempo, solo più stanchi, li strizza un po’ quando si atteggia, preme le labbra e le spinge lievemente in fuori. Anche la mani sono le stesse, le dita grosse, sbertucciate, mani che non stanno mai ferme. Quando si siede divarica leggermente le gambe, appoggia i polsi sulle ginocchia e lascia penzolare all’interno le mani , le dita lievemente aperte.  Come allora. Anche il modo con cui porta la sigaretta alle labbra e poi la tiene fra le dita è lo stesso ed è strano come piccoli movimenti di una persona che non vedi da millenni ti restino dentro , pronti a saltar fuori e a fartelo riconoscere. Porta anche un profumo molto simile a quello di un tempo. Niente nella sua vita è simile ad allora, niente nella mia, ma non saremo mai solo conoscenti, mai solo amici, mai solo qualcosa. Abbiamo ricordi in comune che non se ne andranno e particolari che restano come i cerchi di un grande albero , piccole cose che ci hanno fatto crescere. Lasciarci è stato il primo atto da adulti. Mi piacerebbe sapere di me cosa è rimasto. E’ andata, tranquilla.

Notizie dall’interno

Non vorrei apparirti noiosa ma questa tua abitudine a esplodere nei momenti meno opportuni sta cominciando darmi sulle scatole.
Non vorrei nemmeno apparirti noiosamente arrogante ma di certo ho visto di meglio nella mia vita e fra me e te è chiaro come il sole a mezzogiorno chi sia la migliore.
So di apparirti noiosa ma non finirò mai di ripeterti di stare più accorta nello scegliere le comitive, le mele al mercato e le taglie delle camicie.
Non potrai dire che sono noiosa se ti dico che il più delle volte è colpa tua, Non lo dico spesso ma, a costo di apparirti noiosa mi sforzerò di dirtelo più sovente: sei una babbea senza pace.
Tanto per restare sui temi noiosi hai letto oggi? Hai visto com’è finita? Hai capito? Brava, lo so è una noia analizzare tutto ma poi alla fine le cose appaiono più chiare.
Te lo ripeterò fino alla noia che è meglio sempre contare fino a dieci. Poi parlare. Contare fino a dieci e poi scrivere.
Si viene a noia, lo so, ma meglio così.
Se non ti darò noia cercherò di fare capolino più spesso magari riesco a mettere in quella zucca vuota un po’ di ordine.
Concentrazione, concentrazione e concentrazione. Stare sul pezzo. Fino alla noia.

Che noia le coscienze.

Tempo per crescere

Cena di compleanno intorno ad un tavolo in campagna, tartare e apple crumble, serenità e buona compagnia di persone che condividono tipologia di lavoro, interessi, amicizie, conoscenze. Come spesso accade sono la più giovane, quella che avrebbe dovuto reagire meglio ai cambiamenti, repentini e irreversibili. Si parla di procedure di lavoro ormai scomparse, si parla di trouke, di pellicole, di corse per i telecinema, di ritocchi manuali. E si parla di pazienza, si parla di esperienza, di inventiva, creatività, e si parla di tempo. Sempre poco ma tempo. Tempo per cercare le cose migliori, le luci migliori, la tipologia di fondo, di oggetto, di persone. In quello che era il mio lavoro si parla di giornate spese a trovare una carota, un pomodoro con la “faccia” giusta il colore giusto, il picciolo giusto. Lo si immaginava sul piano nella sua esatta posizione, e lo si coccolava, perché spesso , unico esemplare, magari doveva durare due giorni per aspettare i tempi dello sviluppo, dei test, dei mezzi diaframma in piu e mezzo in meno. Quante volte abbiamo maledetto quella impossibilità di intervenire extra realtà, quante volte abbiamo maledetto quelle due ore di attesa per vedere se lo scatto era giusto, quante volte abbiamo corso nella notte a Milano per imbucare pellicole , e al mattino stare tutti in sala moviola a srotolare la bobina, il nastro fra i rulli e via, si guarda che abbiamo fatto e speriamo che nessuno abbia sbagliato. Molte volte abbiamo desiderato l’odierna deresponsabilizzazione, il PS che salva tutti, che rimette a posto, pelli, colori, texture, fondi, luci. E cosa ne abbiamo fatto del tempo in più che abbiamo recuperato? Ne abbiamo fatto soldi , ne abbiamo fatto tempo libero? Ne abbiamo fatto …cosa?

Cosa ne abbiamo fatto di quei tecnici? Spesso li abbiamo sostituiti con stagisti smanettoni pagati coi buoni pasto. Dove sono finiti i tecnici artigiani che sapevano tirare fuori sangue dalle rape? E cosa ne abbiamo fatto di quella esperienza? Siamo davvero cresciuti in creatività , non quella di pensare le cose, ma quella di pensare a come realizzarle. Veramente la tecnologia ci ha regalato qualcosa? A noi intendo, alla nostra crescita.

Riflettevo sulla cena e su uno spot di un aperitivo che gira in questi giorni in Italia. Leggo dal comunicato stampa „Se è vero che la durata di un istante dipende dall’intensità con il quale viene vissuto, i nuovi film dilatano in trenta secondi tutte le sfumature tipiche dell’aperitivo. Uno scambio di sguardi, spettacolari imprevisti, e incontri inattesi sono il mix di esperienze che ruotano intorno al nuovo …

Per quanto mi riguarda il creativo non aspettava altro che la possibilità di applicare ad un prodotto, uno qualsiasi che non fosse dannatamente svaccato e potesse pagare, la tecnica di un grande spot che ha vinto lo scorso anno a cannes. Solo che a cannes la tecnica era il prodotto. Qui il prodotto è solo una scusa per provare la tecnica. Qualunque cosa si inventi poi, l’ufficio stampa. E questa non è creatività. Ed è sempre più spesso così. Si abdica il pensiero alle possibilità. Non si cercano possibilità per nuovi pensieri. E questo non è crescere.

Omega3

Molti mi dicono che non faccio abbastanza per me. Come no, faccio tantissimo, ogni  mattina bevo il latte con Omega3 quello che, dice, fa bene al cuore.

Forse gli effetti si vedranno a lungo termine. A al termine, chissà.


Per ora , da venerdì a venerdì, è sempre il solito schifo, sempre le solite corse, sempre le solite cose.
Facce, storie, pensieri, facce, storie, pensieri, facce, storie, pensieri.
E Omega3
E fette biscottate
E vita parallela su binari divergenti.
Facce, storie, pensieri
E lettere da aprire, e conti da chiudere e conti da aprire.
Facce , storie,  pensieri
Storie che ti piacerebbe poter portare avanti, da venerdì a venerdì, con leggerezza e invece ti piombano sul cuore come frane e l’Omega3 non basta per quanto tu ci abbia fatto il bagno.
Pensieri che frullano e girano, da venerdì a venerdì, quando qualcuno, per passare meglio il week-end decide di sollevarsi la coscienza e i pensieri, i suoi, e scarica ansie e dolori e patemi su di te e sul tuo cuore  e l’Omega3 non basta per quanto la tua tazza non te la sia fatta mai mancare al mattino.
Facce da mantenere belle tese, sorridenti a tratti distese,da venerdì a venerdì, che bel carattere che hai, niente ti tocca, avanti col sorriso. Merito dell’Omega3 di sicuro, ci giurerei, con tutto quell’olio di pesce qualche squama sul cuore ci nasce, ma non ti fa mai sembrare una sirena.
Facce storie pensieri, da venerdì a venerdì.
Da domani proveremo col calcio.

oltre

Vorrei che te ne andassi. Non da questo luogo, da queste ore, da questi spazi. Vorrei che te ne andassi da questi fili d’erba, schiacciati sotto il mio corpo e intorno a me , verdi e umidi.
Umidi come gli occhi che potrei finalmente chiudere.
Vorrei che te ne andassi, e potrei finalmente respirare fino in fondo , lasciando che l’aria arrivasse anche oltre il cuore, oltre le ciglia, oltre.
Oltre, nelle mani che cercano di descrivere con movimento rotondo, il mio e il tuo spazio, fin qui, fin lì.
Vorrei che te ne andassi, lontano, perso, dimenticato, solo e sconosciuto. Sconosciuto come lo sei in questo momento, che ti guardo e so di non averti mai visto.
Soffiare via lontano da me il tuo ricordo e la voglia.
La voglia che non so nascondere se mi guardi con questa sete negli occhi.

Rosso

Se hai tempo ti racconto la mia storia, è importante e, per me, nessuno ha mai tempo, frettolose le persone mi passano vicino, scrutano e poi vanno avanti.
La loro vita è sicuramente piu importante della nostra.
Tu mi vedi qui, rivestito per presentarmi nel migliore dei modi, con noncuranza credi che io sia sempre stato qui, ma non è così, io non sono di questo paese. Noi siamo venuti da lontano, questa terra non è la nostra, abbiamo passato il mare, buttati su barconi, emigrati per necessità e per fame. Ma quella volta era la vostra.
Siamo su questo suolo da tanto, ormai ne facciamo parte, cresciamo dove voi crescete.
Cosa abbiamo noi di diverso dagli altri della nostra specie? Lo stesso sole ci riscalda, la stessa pioggia ci bagna.
Eppure siamo stranieri.
Tu non sai come è triste il momento in cui ti senti come al mercato. Scrutato, soppesato, chi guarda al tuo colore, qualcuno tasta pure la consistenza. Dobbiamo prima di tutto fare una buona riuscita. Siamo nati per essere spremuti, schiacciati, a tratti spellati. Ci volete nudi, la nostra pelle, così liscia , così tesa, cosi dura non vi piace.
Voi che ci usate, non potete capire, per voi siamo solo contorno, un fatto acquisito, un bene ormai consolidato, ci costringete a stare in luoghi minuscoli, ammassati, pigiati, stretti come sardine in una scatola di latta.
Perchè siamo tanti, siamo frutto povero della terra, siamo fra gli ultimi e con gli ultimi stringiamo affetti. Gli ultimi, quei ragazzi poveri come noi, immigrati come noi, che passano le giornate sotto il sole cocente come noi, condividiamo lo stesso calore, li guardiamo faticare, li guardiamo aggirarsi fra di noi, muti, coi loro pensieri lontani. E’ il loro sudore che ci cade a goccia addosso, sono le loro mani che ci staccano da questa terra. Non gli portiamo nessun rancore. Per loro, noi, siamo vita, anche se misera.
Anche loro passano dal mercato, anche loro vengono soppesati, squadrati, tastati, solo i migliori possono essere sfruttati, spremuti, costretti a passare le loro notti sulla nuda terra, in luoghi minuscoli, pigiati come sardine. Guardano il cielo, come noi, seguono le stagioni come noi, arrivano quando è tempo, quando siamo pronti, quando il ritmo vitale della natura ci consegna al nostro destino.
Sono tristi e sono soli.
Noi li capiamo, loro sono stranieri come noi, loro fanno la vostra fortuna come l’abbiamo fatta noi.
Siamo il vostro oro rosso. Rosso, perché? Rosso del sangue di chi ci raccoglie, rossi di sole, come rosso è il colore della rabbia nei pensieri di questi uomini che voi non capite, che voi deridete, che voi sfruttate. Noi e loro, su questa terra che è di tutti.

Noi, solo pomodori. Loro, solo uomini.

ragnatele

Ho lasciato che tu mi guardassi un’ultima volta, come si sguarda una statuina Lladro mentre cade dall’alto, piccoli attimi ancora vivi prima di infrangersi. Non hai provato immaginare dove erano finiti i pezzi, ti sei limitato a spazzarmi via con le briciole della tua vita.
Ma una piccola mano ti attende , cacciata in un angolo sotto un mobile che nessuno apre mai. Salterà fuori, come saltano fuori i ricordi dimenticati, sarà sporca delle ragnatele della tua negligenza, e non avrai più niente a cui riportarla, solo quei brevi attimi di caduta, egoista nel cacciar via la colpa.